di Sergio Aversa, CEO

Ancora oggi, si pensa che uno dei principali fattori di sviluppo personale e professionale sia principalmente la conoscenza, intesa come capacità di immagazzinare il maggior numero possibile di dati ed informazioni utili su un determinato argomento e/o in un determinato mercato. Nel mondo del lavoro, ad esempio, molti colloqui, così come i concorsi pubblici, sono ancora oggi finalizzati alla verifica della quantità di conoscenze piuttosto che ad esaminare le reali capacità dei candidati. Io, d'altro canto, credo che in molti settori sapere le cose rimanga comuque un asset importante, ma che non sia più il fattore principale su cui valutare una professionalità.

È chiaro, infatti, che viviamo ormai in un mondo globale e profondamente interconnesso, caratterizzato da un enorme e continuo flusso di informazioni, in cui l'intero scibile umano è disponibile a tutti in qualsiasi momento; e non è escluso che un domani questo tipo di tecnologia possa addirittura essere applicata direttamente all'interno del nostro corpo, permettendoci così di accedere istantaneamente ad una conoscenza pressoché infinita.

Quindi, se è vero che la conoscenza sarà sempre più un patrimonio di tutti, allora è altrettanto vero che la professionalità si baserà maggiormente sulle capacità intuitive e creative del singolo individuo; capacità che, d'altro canto, meglio si esprimono attraverso la collaborazione, piuttosto che tramite un'infruttuosa competizione basata su un presunto sapere esclusivo.

Tutto ciò è ancora più valido con l'avvento dell'intelligenza artificiale. L'IA, infatti, che viene considerata da alcuni una sorta di minaccia, potrebbe invece occuparsi di tutte quelle mansioni procedurali e/o burocratiche, consentendo così ai lavoratori di domani di dedicarsi senza rimpianti a discipline creative o “di concetto”, che sono le uniche veramente proprie dell'essere umano e, quindi, non sostituibili.

Questo scenario sarebbe particolarmente interessante in Italia, dove giovani brillanti e talentuosi, cresciuti in un contesto socio-culturale stimolante e ricco di arte e creatività, “oggi” si affannano alla ricerca di un "posto fisso" (di qualunque tipo esso sia), quando invece “domani” potrebbero raggiungere grandi obiettivi se solo ci fosse il substrato sociale e professionale idoneo ad accoglierli.

Non è un caso che l'arte, che è probabilmente l'espressione più alta della creatività umana, oggi riscuota un enorme interesse ( vedasi il boom di affluenza nei musei dichiarato dal Mibact nel 2017) e sia addirittura portata in contesti di varia natura, come luoghi di lavoro e aree commerciali, per stimolarne la profittabilità.

Un esempio pratico e curioso in questo senso, è quello rappresentato da Remix Community (con cui ho avuto modo di confrontarmi in occasione dell’ultima Coworking Europe Conference a Dublino): una rete di co-working francesi composti al 50% da imprenditori e al 50% da artisti. In pochissimo tempo, Remix Community è stata capace di trasformare un’intuizione geniale in economia reale semplicemente facendo “sedere accanto” questi lavoratori e contaminando così il mondo imprenditoriale con la creatività propria dell’arte.

Pertanto, c’è tutto un sistema sociale, economico e culturale da ripensare non appena gli imprenditori e le istituzioni creeranno consapevolmente le condizioni, gli ambienti e gli strumenti favorevoli allo sviluppo di un' "Economia della Creatività".

In conclusione, mi sembra superfluo precisare che quanto appena detto non è un invito a non coltivare la conoscenza o l'erudizione, che è naturalmente un arricchimento individuale e una delle più grandi virtù dell'uomo ("Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza" diceva Ulisse nel canto XXVI della Commedia), ma un auspicio a non fermarsi ad accumulare nozioni e a cogliere, invece, le grandi opportunità offerte dal momento storico in cui viviamo.

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